Quando una persona viene a mancare, il suo patrimonio (immobili, conti correnti, risparmi, investimenti e altri beni) viene trasferito agli eredi attraverso la successione. Si tratta di un passaggio non solo giuridico ma anche fiscale: nella maggior parte dei casi, infatti, è necessario presentare la dichiarazione di successione e pagare le relative imposte.
Ma esiste un modo per evitare le tasse di successione? La risposta breve è: non sempre, ma in molti casi è possibile ridurle in modo significativo o azzerarle del tutto. Non si tratta di “scappatoie”, bensì di strumenti previsti dalla legge che permettono di organizzare il passaggio dei beni in modo più efficiente dal punto di vista fiscale.
Donazioni fatte in vita, uso corretto delle franchigie, strumenti che non rientrano nell’asse ereditario sono tutte soluzioni che, se pianificate per tempo, possono alleggerire (e talvolta eliminare) il peso dell’imposta di successione per gli eredi.
In questa guida vedremo quando è davvero possibile non pagare la tassa di successione, quando invece si può solo ridurre, e quali sono le strategie più utilizzate per conti correnti, risparmi e immobili.
Ci sono casi precisi in cui l’imposta di successione non si paga affatto. Si tratta però di situazioni limitate e ben definite.
| Situazione | Perché non si paga la tassa di successione |
| Eredità di valore modesto (entro certi limiti di legge) | Se l’eredità è devoluta a coniuge e parenti in linea retta e l’attivo ereditario è sotto una determinata soglia e non comprende immobili, l’imposta può non essere dovuta |
| Presenza solo di strumenti finanziari esenti dall'imposta | Alcuni strumenti, come specifiche polizze vita o titoli di Stato, non rientrano nell’asse ereditario e quindi non sono soggetti a imposta di successione |
| Rinuncia all’eredità | Chi rinuncia formalmente all’eredità non acquista beni né debiti e quindi non è tenuto a pagare imposte di successione |
L’imposta di successione italiana è tra le più basse in Europa; esistono, infatti, franchigie molto elevate, soprattutto per coniuge e figli. L’imposta si applica solo sulla parte di patrimonio che supera determinate soglie.
| Beneficiario | Aliquota e franchigia |
| Coniuge e parenti in linea retta (figli, genitori) |
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| Fratelli e sorelle |
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| Altri parenti fino al 4° grado e affini fino al 3° |
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| Altri soggetti (non parenti) |
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| Persone con disabilità grave (art. 3 c.3 L. 104/1992) |
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Questo significa, ad esempio, che un figlio che eredita un patrimonio di 900.000 euro non paga alcuna imposta di successione, perché resta sotto la franchigia di 1 milione di euro.

La donazione è uno degli strumenti più utilizzati da chi vuole ridurre il peso fiscale sugli eredi. Donare un bene significa trasferirlo quando si è ancora in vita, tramite atto notarile: in questo modo, quel bene non farà più parte del patrimonio che andrà in successione.
Attenzione però: la donazione non è un modo per non pagare tasse, perché anche questo atto è soggetto a imposte. La differenza sta nel fatto che, pianificando per tempo, si può ridurre il valore che sarà tassato in futuro, alleggerendo l’impatto della successione.
Uno dei casi più frequenti riguarda gli immobili. Con la donazione con riserva di usufrutto, ad esempio, un genitore può trasferire ai figli la nuda proprietà della casa, mantenendo per sé il diritto di abitarla o affittarla. Dal punto di vista fiscale, le imposte si calcolano su un valore inferiore rispetto alla piena proprietà e, al momento della morte dell’usufruttuario, il passaggio definitivo non sconta una nuova imposta di successione su quell’immobile.
La donazione può quindi essere una buona soluzione di pianificazione, ma va sempre valutata con attenzione: esistono limiti legati alle quote di legittima degli eredi e, in alcuni casi, gli immobili donati possono risultare più difficili da vendere in futuro.
| Donazione in vita | Effetto sulla successione |
| Il bene viene trasferito subito con atto notarile | Non entra più nell’asse ereditario al momento della morte |
| Le imposte si calcolano al momento della donazione | Si riduce il patrimonio che sarà tassato in futuro |
| Possibile riserva di usufrutto per chi dona | Chi dona può continuare a usare il bene (es. abitare la casa) |
| Deve rispettare le quote di legittima | Se ledono le quote di legittima, le donazioni potrebbero essere contestate dagli eredi |
Il conto corrente è spesso il primo bene che viene bloccato alla morte del titolare. Molti si chiedono se sia possibile evitare la tassa di successione sulle somme depositate in banca. In linea generale, le somme presenti sul conto corrente rientrano nell’asse ereditario e sono soggette all’imposta di successione, salvo che non rientrino nelle franchigie previste dalla legge.
Anche la presenza di un conto cointestato non evita completamente la successione. In questo caso, alla morte di uno dei titolari, solo la quota presumibilmente appartenente al defunto entra in successione mentre l’altra quota resta di proprietà dell’altro cointestatario. Attenzione però: la cointestazione non elimina automaticamente la tassazione, perché la banca è comunque tenuta a segnalare la quota del defunto e a richiedere la documentazione successoria.
Se l’obiettivo è evitare che determinate somme rientrino nella successione, lo strumento più utilizzato è la polizza vita con beneficiario designato. Le somme corrisposte dall’assicurazione non fanno parte dell’asse ereditario, non sono soggette a imposta di successione e vengono liquidate direttamente al beneficiario indicato. Naturalmente, per evitare future contestazioni, è importante anche in questo caso rispettare le quote di legittima.
| Situazione | Effetto fiscale |
| Conto intestato solo al defunto | L’intero saldo rientra nella successione |
| Conto cointestato | Si presume che il 50% appartenga al defunto (salvo prova diversa) |
| Somme inferiori alle franchigie | L’imposta può non essere dovuta |
| Polizze vita collegate al conto | Le somme liquidate al beneficiario non entrano nell’asse ereditario |
Gli immobili sono spesso la parte più consistente di un’eredità: case, terreni, locali commerciali o altri fabbricati incidono in modo significativo sul valore complessivo del patrimonio e, di conseguenza, sull’imposta di successione.
In linea generale, gli immobili intestati al defunto rientrano sempre nella successione. Esistono, però, strumenti legali che possono ridurre o, in alcuni casi, evitare del tutto la tassazione su determinati beni, se si interviene prima dell’apertura della successione.
| Soluzione | Effetti fiscali |
| Donazione semplice | L’immobile esce dal patrimonio che andrà in successione |
| Donazione con usufrutto | Si paga l’imposta solo sulla nuda proprietà e chi dona continua a usare l’immobile |
| Donazione a più eredi | Si può distribuire il patrimonio sfruttando meglio le franchigie |
Anche quando l’immobile entra in successione, non sempre la tassazione è pesante come si pensa. Se l’erede possiede i requisiti “prima casa”, può beneficiare di:
Un’altra situazione frequente riguarda immobili già cointestati, ad esempio tra coniugi. Alla morte di uno dei proprietari solo la quota del defunto entra in successione; l’altra quota resta di proprietà del comproprietario superstite. Questo non elimina del tutto la tassazione, ma riduce la base imponibile, perché non si tassa l’intero valore dell’immobile.
Prima di donare un immobile o modificarne l’intestazione, è fondamentale considerare anche:
Una scelta fatta al solo scopo di pagare meno tasse potrebbe creare in futuro problemi familiari o giuridici.
Può capitare di ereditare beni di valore, come immobili o terreni, ma di non avere sufficiente liquidità per pagare subito l’imposta di successione. In questi casi è importante sapere che l’imposta è autoliquidata dal contribuente e deve essere versata entro 90 giorni dalla scadenza del termine per presentare la dichiarazione di successione. Il pagamento può avvenire insieme alla presentazione della dichiarazione oppure in un momento successivo, sempre nel rispetto delle scadenze.
Se non si riesce a pagare tutto in un’unica soluzione, è possibile chiedere la rateizzazione, a condizione che l’importo da dilazionare non sia inferiore a 1.000 euro. È richiesto un acconto di almeno il 20% dell’imposta dovuta, mentre la parte restante può essere suddivisa in rate trimestrali: fino a 8 rate se l’importo non supera i 20.000 euro, fino a 12 rate se è superiore. Sulle rate sono dovuti interessi.
Se l’imposta non viene pagata e non si attiva alcuna forma di dilazione, si applicano sanzioni e interessi, e l’Agenzia delle Entrate può avviare le procedure di riscossione. Nei casi in cui l’eredità sia più onerosa che vantaggiosa, ad esempio per la presenza di debiti o costi fiscali troppo elevati rispetto al valore reale dei beni, è possibile valutare la rinuncia all’eredità. Chi rinuncia non acquisisce né beni né debiti e non è tenuto al pagamento dell’imposta di successione.
L’imposta di successione è uguale in tutta Italia, perché è una tassa statale. Possono però variare i costi accessori (notaio, tecnici, visure, pratiche catastali), che dipendono dalla complessità della successione e dal professionista incaricato, non dalla città.
Non paga l’imposta chi rientra nelle franchigie previste dalla legge. Ad esempio, coniuge e figli non pagano nulla se il valore ricevuto da ciascuno non supera 1 milione di euro. Inoltre, non si paga l’imposta su polizze vita e titoli di Stato, che non rientrano nell’asse ereditario.
Dal valore dell’eredità si possono sottrarre alcune passività, come debiti del defunto, spese mediche sostenute negli ultimi mesi di vita e spese funerarie entro determinati limiti. Riducendo il valore imponibile, si riduce anche l’eventuale imposta da pagare.
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